I segni indelebili della storia. Ecco come venivano realizzati

I tatuaggi hanno tutti un significato, a volte sono ricordi belli altre volte brutti, anzi, bruttissimi. Tra i peggiori sicuramente c’è il tatuaggi identificativo Auschwitz-Birkenau.

Anche la storia del tatuaggio nasconde i suoi lati oscuri, e tra questi non poteva mancare all’appello una famosa pratica di tatuaggio adoperata in uno dei periodi più bui della storia dell’umanità, quello dell’Olocausto.

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Disumanizzare con un segno (credit Canva.com)

Stiamo parlando del tatuaggio identificativo che veniva fatto ai prigionieri nei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra il 1933 e il 1945 durante il periodo del regime nazista del Terzo Reich, la pratica del tatuaggio veniva utilizzata per poter tenere il conto dei milioni di prigionieri all’interno dei campi.

I tatuaggi identificativi di Auschwitz

Il tatuaggio era un numero, che veniva fatto nell’avambraccio sinistro o nel petto, utilizzando piccoli stampi in metallo e chiodi di 9 mm x 150 mm, che andavano a formare il numero, o una lettera. Non erano tatuaggi realizzati con una qualche macchinetta, ma bensì veniva usata una sorta di pinza, in cui venivano posti gli stampini e successivamente veniva pinzata la pelle per imprimere il marchio.

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Stampini per i tatuaggi che venivano fatti nei campi di concentramento ad Auschwitz (credit Facebook.it/Giulia Pasquini)
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Pinza utilizzata per eseguire i tatuaggi (credit Facebook.it/Giulia Pasquini)

Una volta incisa la pelle, veniva posto l’inchiostro sopra la ferita in modo che cicatrizzasse con esso, e poteva essere di colore nero o blu. Solo successivamente si iniziarono a utilizzare un unico ago e infine un doppio ago per realizzare i tatuaggi, per praticità, la cui durata dell’esecuzione era di circa 30 secondi. Il tatuaggio realizzato nei campi di concentramento era estremamente doloroso e veniva fatto solo ad Auschwitz.

I primi a essere tatuati furono i sovietici nel 1941. Il tatuaggio identificativo oltre ai numeri poteva essere completato anche con alcune lettere. Le iniziali prima del numero potevano essere: AU, Z, EH, A e B. La sigla AU veniva tatuata prima del numero ai prigionieri di guerra sovietici; la Z veniva tatuata invece a chi aveva origini zingare/gipsy/rom (iniziale di Ziguener che significava zingaro); la sigla EH invece apparteneva a quelle persone deportate per una “rieducazione” (Erziehungshäftlinge) della durata di circa 56 giorni; mentre la serie A e B identificava gli ebrei.

La storia del tatuatore di Auschwitz Lale Sokova (Ludwig Eisenberg)

Il tatuatore di Auschwitz si chiamava Ludwig “Lale” Eisenberg, un uomo ebreo che viveva in Slovacchia e che nel 1942, all’età di 26 anni, venne deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. All’interno dei campi faceva lavori duri, in cui era stato incaricato di partecipare alla costruzione delle strutture destinate a diventare nuovi dormitori e gli ci vollero quasi 3 anni per riuscire a ottenere la fiducia dei tedeschi per scampare alla morte.

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Foto di Ludwig “Lale” Eisenberg (foto di Facebook/Lale Sokolov)

L’uomo successivamente si ammalò di tifo, ma venne salvato da un certo dottor Pepan, anche lui un prigioniero del campo, di origini francesi, incaricato di tatuare i detenuti. Era lo stesso uomo che gli aveva tatuato sul suo braccio il numero 32407, e che poi gli insegnò il mestiere e come riuscire a sopravvivere facendo questo lavoro.

Quando Pepan sparì misteriosamente, il mestiere del tatuatore passò proprio a Lale. Grazie a questo egli ricevette alcuni privilegi all’interno del campo, come cibo extra che cercò poi di condividere in qualche modo anche coi alcuni detenuti. Era diventato l’artefice di uno dei più brutali segni memorabili della storia, che al contrario del tatuaggio vero, toglieva tutto, identità, persona, nome e cognome, tutto. Le persone non erano più persone, venivano disumanizzate, e con quel tatuaggio diventavano solo un numero.

Durante il suo spregevole lavoro, un giorno Lale dovette ripassare il tatuaggio di una prigioniera ebrea di nome Gita, che portava sul suo braccio sinistro il numero 34902, che lui stesso non avrebbe più dimenticato. Si innamorarono al primo sguardo, e dopo diversi incontri clandestini nei capi, la separazione, ecc. una volta finita la guerra, i due riuscirono a ritrovarsi e si sposarono nel 1945. Vissero la loro vita in Australia, e cambiarono successivamente i loro cognomi in Sokolov.

Lale decise di raccontare la sua storia solo nel 2003, dopo la morte di Gita. Lale morì nel 2006, all’età di 87 anni. La sua storia venne riportata dalla scrittrice Heather Morris in un libro pubblicato tra il 2003 e il 2006 intitolato proprio Il tatuatore di Auschwitz.

 

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